Milano / Malpensa

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Un incontro su una tematica forte e coraggiosa, ma delicatissima, che interpella la responsabilità di molti soggetti implicati nel mondo dell’adolescente. Partiamo dai dati: il 44,9% degli adolescenti ha almeno una volta pensato di “farla finita”. Quasi uno su due. I numeri ci dicono che questi vissuti sono molto più frequenti e “normali” di quello che noi immaginiamo. Basterebbe questo numero per rendere l’idea di quanto i problemi alimentari, di autolesionismo, di frustrazione, di inadeguatezza, fino a veri e propri pensieri di morte, quando la vita appare insopportabile, siano presenti e diffusi tra i nostri ragazzi, in particolare nell’età dell’adolescenza. E di quanto poco se ne parli. Ecco allora che il volume ‘La faccio finita. Adolescenti, pensieri di morte e sguardi educativi’ (pubblicato dal Centro ambrosiano), curato da don Stefano Cucchetti, teologo morale e cappellano presso il Carcere di Bollate, e Paolo Bruni, pedagogista, assume un significato più profondo, per comprendere il contesto relazionale, indicare prospettive di condivisione e rispondere con alleanze educative solide. La sera di martedì 18 febbraio, la Sala della Comunità dell’Oratorio di Cuggiono, ha così voluto ospitare un importante incontro diocesano, promosso dalla FOM, Fondazione Oratori Milanesi, presente con il suo direttore, don Stefano Guidi: “Gli oratori e la Diocesi - ha affermato - sono impegnati a fornire spunti di riflessione, dialogo, confronto tra realtà, anche su temi delicati e dolorosi come questo. Fa parte del nostro impegno sul territorio, ma anche delle sfide che siamo chiamati a vivere in questo particolare tempo”. L’esplosione di questo fenomeno e disagio è sicuramente legata agli anni del post Covid, ma si tratta di dinamiche latenti, che la pandemia ha fatto emergere maggiormente, richiedendo nuove attezioni. Questo strumento nasce dall’osservazione che il vissuto suicidario è presente anche nei ragazzi che frequentano i nostri oratori, poichè gli oratori non sono altro che uno spaccato della società. “Dall’analisi dei dati - rivela don Cucchetti - si evidenzia come i fattori che favoriscono questo tipo di pensieri sono più legati al contesto sociale e relazionale che a patologie psicologiche o psichiatriche del soggetto”. Facciamo qualche esempio: “Tra le tante domande rivolte ai ragazzi nell’indagine del Centro Nazionale di Ricerca è stato chiesto di valutare la fiducia verso gli amici: i risultati segnalano come, in ragazzi con una valutazione alta e positiva delle proprie relazioni, l’esperienza di pensieri di morte o di autolesionismo incide per circa il 36%, a fronte di una curva del 56% tra quanti giudicano in modo negativo la loro quotidiana esperienza di amicizia. Questo naturalmente non significa che ci sia una correlazione diretta tra la qualità percepita dei propri rapporti sociali e i pensieri di morte, ma comunque il dato deve farci riflettere”. La comunità adulta è chiamata in causa perchè da essa ci si aspetta che abbia maturato i criteri per cui la vita valga la pena di essere vissuta, dove non conta essere perfetti ma persone riconciliate con le proprie imperfezioni. Nessuno può tirarsi fuori da questo appello, accettando di “esserci” per gli adolescenti che attraversano questa età contradditoria, a volte critica, ma decisiva per il loro futuro.
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