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"Neanche 6 anni, fuggiti in barca"

La voce rotta dall’emozione e dalla commozione. I ricordi che fanno ancora una volta capolino nel cuore e nella testa. Anzi, non se ne sono mai andati, perché non c’è giorno che non ripensi a quei terribili e tragici momenti. Perché Anna Maria Crasti, oggi vice presidente del comitato di Milano dell’Associazione Nazionale Venezia, Giulia e Dalmazia, è stata una dei tantissimi esuli istriani.
Territorio / Milano - Anna Maria Crasti

La voce rotta dall’emozione e dalla commozione. I ricordi che fanno ancora una volta capolino nel cuore e nella testa. Anzi, non se ne sono mai andati, perché non c’è giorno che non ripensi a quei terribili e tragici momenti. Perché Anna Maria Crasti, oggi vice presidente del comitato di Milano dell’Associazione Nazionale Venezia, Giulia e Dalmazia, è stata una dei tantissimi esuli istriani: “Neanche 6 anni, saliamo su una barca, mamma mi prende sulle ginocchia, mi chiude la bocca con una mano e mi bisbiglia all’orecchio: silenzio, stai zitta, stai zitta. Attualità - Esodo Giuliano-Dalmata Non posso, insomma, parlare, non posso piangere, devo rimanere ferma, immobile, in quanto c’era il pericolo delle motovedette jugoslave che mitragliavano le imbarcazioni che stavano fuggendo. E ne sono morti molti”. Un dolore enorme, immenso. Una delle pagine più tristi, drammatiche e orribili della storia del nostro Paese, lì impressa nella sua memoria, oggi, domani e sempre. “Noi siamo stati una famiglia molto vessata - continua - Mio papà è stato più volte sull’orlo della foiba, salvato dai tedeschi quando abbiamo avuto il periodo di occupazione; poi imprigionato nel 1946, 40 giorni di torture, con la minaccia ogni notte che l’indomani sarebbe stato infoibato. E di nuovo è riuscito a salvarsi grazie ad un nostro contadino, partigiano titino, affezionatissimo alla famiglia, che ha testimoniato in suo favore, dicendo che Giovanni Crasti non era un nemico del popolo”. Paura, terrore, buio: le tre parole che Anna Maria, alla fine, ripete sempre: “Ha fatto malissimo, perché anche del Giorno del Ricordo, arrivato nel 2004 (un risarcimento molto tardivo), non hanno saputo nulla tutti i nostri genitori e nonni, quelli che hanno vissuto in maniera più forte il periodo e hanno sofferto maggiormente”. Ricordare e testimoniare ciò che è stato, allora, è un dovere di ognuno di noi. Proprio come ha fatto e continua a fare lei. “Bisogna ancor di più cercare di entrare, ad esempio, nelle scuole, facendo memoria di quello che è avvenuto - conclude - e coinvolgendo più giovani possibili a riflettere e non dimenticare”.

"ERO UNA BAMBINA, FUGGITI IN BARCA..."

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