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Attualità, Storie

"A pochi metri dall'orrore kamikaze"

Ambulanze, sirene, polizia. Ma soprattutto, gli sguardi vuoti e ansiosi della gente che ha paura del minimo rumore. Della sera del 13 novembre, e dei giorni successivi, i racconti di alcuni giovani italiani ci aiutano a capire cosa si prova a vivere ‘sotto attacco’. “Eravamo arrivati con altri compagni dell’Istituto Italiano di Fotografia la mattina di giovedì per il ‘Paris Photo’ - ci racconta Danilo Calcaterra - dopo due giorni a ‘fare i turisti’, girare e scattare foto per la città, la sera di venerdì 13 novembre siamo tornati poco dopo cena in Ostello a Bellaville, a circa 5 minuti a piedi da Le Petit Cambodge, sede dell’attentato al ristorante. Lì davanti ci siamo passati tornando e saremmo andati nella zona del Bataclan a bere qualcosa”. Ma le prime chiamate da casa, gli elicotteri e le sirene hanno cambiato tutto. “Hanno chiuso l’Ostello - racconta - tutti quelli che passavano, terrorizzati, li facevano entrare. Per sicurezza è stato chiesto di evacuare tutti i piani bassi, così abbiamo ospitato da noi molti giovani. Nessuno ha praticamente chiuso occhio e la mattina, appena contattato il Consolato Italiano, ci hanno invitati a farci portare, attraversando una città deserta, in aereoporto, per rientrare”. “Sono giorni duri ma devo dire che c’è una grande solidarietà e forza di andare avanti anche se i francesi tra cui miei colleghi e amici si pongono tante domande - ci racconta Stefania Arredondo, cuggionese a Parigi per lavoro - la paura è che ci siano dei nuovi attacchi. I controlli comunque sono a tappeto. Si fermano in qualsiasi centro commerciale o supermercato della città; anche nella banlieue (cioè la periferia) ci sono poliziotti e tanta sicurezza, ma ciò non basta a farci sentire al sicuro”. Altra testimonianza ci viene dalla nosatese Marta Sporchia: “Ero lontana dai luoghi dei terribili attentati quella sera... ma sarei potuta benissimo essere al Bataclan o in uno dei bar e ristoranti colpiti; sono luoghi dove i giovani si ritrovano normalmente per ‘boir un verre’ come dicono i francesi. Poteva capitare a chiunque. Per le strade, in metro, al lavoro, le persone hanno un velo di tristezza, ma continuano ad andare avanti... Come martedì sera, quando molti parigini, me compresa, hanno partecipato all’evento partito dai social network #jesuisenterrasse che invitava tutti i francesi a recarsi nei vari bistrot e a bere qualcosa seduti in terrazza. Trovo che non ci sia modo migliore per combattere chi non approva lo stile di vita occidentale che ricominciare a vivere come prima. La Francia rappresenta tutto quello che questi fanatici religiosi detestano. Parigi è certamente ferita ma non ho mai visto nessuna città capace di risollevarsi come la ville lumière. Mi ha colpito la commozione dei parigini, nessuno esita ad andare a Place de la Republique con un fiore, un lumino o una poesia, io ad esempio ho portato una poesia di Gianni Rodari intitolata ‘Promemoria”.

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